Armi, droga e bella vita: la storia del genitore che ha ucciso di botte il figlioletto di 2 anni

di redazione

Armi, droga e bella vita: la storia del genitore che ha ucciso di botte il figlioletto di 2 anni

| giovedì 23 Maggio 2019 - 13:33

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Armi, droga e bella vita: la storia del genitore che ha ucciso di botte il figlioletto di 2 anni

Il mito della “dolce vita”, i selfie con gli abiti vistosi, le foto in posa con auto di lusso, con la pistola, con mucchi di soldi e con le bustine di droga per fare festa, ma anche tante immagini con i suoi figli. È la vita raccontata in prima persona sui social network da Aljica Hrustic, 25 anni, l’uomo che ha confessato di aver ucciso il figlio Mehmed, di due anni, nella notte tra martedì e mercoledì a Milano, in via Ricciarelli 22. Con la sua famiglia aveva occupato un alloggio nelle case popolari del quartiere San Siro. Il suo profilo Facebook, che omaggia anche il boss mafioso Totò Riina, è pieno di riferimenti ai piaceri mondani, al divertimento, alla ricchezza e al sesso, ma non mancano nemmeno alcune foto con il Corano.

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Aveva due anni e cinque mesi, il piccolo rom. Il padre, 25 anni, l’ha ucciso a pugni e sberle. Lo picchiava ogni giorno da oltre una settimana, fumava hashish e sfogava la sua rabbia sul piccolo, terzo di quattro figli.
Lo picchiava con qualcosa? «No, a mani nude». Pugni? «Sì, anche».
Nel soggiorno male illuminato dell’alloggio popolare numero 39, scala C, piano rialzato in via Ricciarelli 22, sofferente periferia milanese vicino allo stadio di San Siro, Silvija Zahirovic, 23 anni, si alza per seguire i poliziotti in Questura. Il corpo martoriato di Mehmed, 2 anni e 5 mesi, resta nella casa. È disteso su un fianco. Lividi sulle braccia, sulle gambe, sulla pancia, sul volto. I piedi fasciati con delle bende. Il bambino è morto ieri notte, fra le 3 e le 4.

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Il medico legale si sofferma per l’esame preliminare. Annota: quei lividi non risalgono tutti a poche ore prima. Di certo, molti sono più vecchi. Vuol dire che il calvario di violenza su quel bambino andava avanti da tempo, giorni, forse settimane. Quella casa, occupazione abusiva che risale a un paio di mesi fa, non è stata solo lo scenario di un omicidio. Prima, c’è una storia di maltrattamenti (e di bambini quasi abbandonati, con poco cibo, pochi vestiti, pochi e sporchi pannolini, nonostante il padre ostenti su Facebook foto di macchine e orologi, pezzi di cocaina e serate a champagne in discoteca). Le domande alla madre, nelle stanza della Mobile, ripartono dal «prima».

Suo figlio era stato già picchiato dal padre? «È già successo. Quando mio marito fuma, va fuori di testa. Perde il controllo». Lei stanotte ha cercato di intervenire? «Lui si è alzato e ha iniziato a picchiare il bambino. Mi sono svegliata, ho provato a fermarlo, ma non ci sono riuscita». Anche lei viene picchiata? «Sì, a volte, da un po’».

La ragazza, rom croata, è incinta. Borseggiatrice; molti precedenti penali. Ha altri tre figli: uno (forse) è in Croazia da una zia. Due bambine invece, un anno e mezzo e tre anni, se le è portate via da San Siro il marito quando è scappato, poco prima dell’alba di ieri, dopo aver ucciso il figlio. Quando era già lontano da casa, alle 5 e un quarto, Aljica Hrustic, 25 anni, ha chiamato il 112: «In via Ricciarelli 22 c’è un bambino che non respira più, serve un’ambulanza». I poliziotti delle Volanti sono arrivati e hanno trovato solo la madre, che li aspettava accanto al cadavere. L’indagine è partita in quel momento, con ritmo accelerato, e su più fronti. La polizia scientifica ha fatto un lungo e approfondito sopralluogo nell’appartamento. Nelle stesse ore, i poliziotti della Squadra mobile, coordinati da Lorenzo Bucossi, interrogavano la madre. Tutti gli altri investigatori della «quarta sezione», diretti dal funzionario Achille Perone, seguivano invece le tracce dell’uomo.

Tentativi di agganciare i segnali del cellulare. Ma soprattutto, continue corse in strada. Indirizzi da verificare. Amici. Parenti. Vecchie residenze (tutte abusive). Contatti nell’ambiente della malavita. E infatti, a fine mattinata, le linee della caccia all’uomo tracciano l’intera geografia di quel pezzo di criminalità rom che negli ultimi anni s’è presa interi caseggiati popolari di Milano. Prima via Bolla, palazzoni in disfacimento. Infine il Giambellino: un indirizzo in particolare, civico 4 di via Manzano, dove i gruppi anarchici hanno avuto per anni la sede di un’immobiliare clandestina delle occupazioni e hanno vissuto fianco a fianco con i rom che girano in Bmw e attendono il ritorno delle mogli dopo le giornate di borseggi in metropolitana. A mezzogiorno e mezza, Aljica Hrustic è in casa di un conoscente con le bambine. Lo fermano. In Questura, confessa l’omicidio del figlio. Dice: «Avevo fumato hashish» (c’è il sospetto che abbia usato qualche droga più pesante). Aggiunge: «Non riuscivo ad addormentarmi». Il bambino, quando il padre gli si è scatenato addosso, stava dormendo. La confessione. Dopo la fuga e l’arresto ha confessato: «Ero fatto, non riuscivo ad addormentarmi»

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